La depressione "esiste"
Era
la fine degli anni '70 e io ero nel pieno dei corsi universitari,
quando un insegnante di Psicologia Clinica ci raccontò che gli anni
a venire sarebbero stati all'insegna della patologia depressiva.
Non che la depressione fosse sconosciuta, ma era semplicemente
considerata una "malattia" grave e, in quanto tale, statisticamente
meno frequente, un caso da cliniche psichiatriche e non certo da
medico generico. In quegli anni la vera patologia epidemiologica
era l'ansia e quindi le nevrosi d'ansia.
Questo insegnante ci spiegava invece che le case farmaceutiche
avrebbero "lanciato" la depressione, proprio come fosse una moda,
per prendere il posto della categoria che costituiva lo stereotipo
fino ad allora: l'ansia. Questo molto semplicemente avrebbe
declinato nel progressivo rimpiazzo degli ansiolitici, come le
benzodiazepine, ad opera di nuove molecole di antidepressivi.
Il fenomeno esplose negli anno '90 e oggi ci troviamo di fronte a
fenomeni mostruosi come l'abuso di antidepressivi fra bambini e
adolescenti.
C'è che sostiene che la depressione non esiste. Non è dunque vero,
la depressione esiste perché è il nome che ha consentito la
diffusione di un fenomeno. La depressione esiste solo perché
esistono farmaci e protocolli antidepressivi.
Gli inizi del secolo scorso erano all'insegna delle nevrosi da
conversione e dell'isteria, laddove l'enfasi cadeva sull'origine
viscerale della devianza comportamentale, mentre l'ultimo
dopoguerra registrava la scomparsa di queste diagnosi a fronte di
un aumento di diagnosi dissociative e allo spopolare delle nevrosi
d'ansia. Oggi si parla sempre meno di schizofrenia - e la si cura
ancor meno. Anche le nevrosi d'ansia sono diventate quasi un
comportamento "normale", mentre è frequentissimo ricevere
segnalazioni di sindromi border-line e un evidente abuso di
diagnosi di depressione.
Come tutte le categorie di moda, anche la depressione diventa
generica e polisemica. Gran parte delle diagnosi di depressione non
sono tali persino per chi creda nella nosologia psichiatrica. Per
chi scrive, invece, la categoria della depressione uniforma la
diversità dei problemi delle persone che vale la pena di affrontare
in quanto tali, invece che curando una fantomatico miasma
Ovviamente è l'approccio medico a mostrare il bisogno di
individuare delle sindromi in grado di standardizzare la diagnosi e
le terapie. I risultati di queste operazioni sono alquanto
discutibili. Sotto il profilo diagnostico l'approccio causalistico
non è in grado di offrire risposte valide in quanto le cause sono
lontane dall'omogeneità e men che mai dall'uniformità; soprattutto
si è lontani da una previsione degli effetti e da un protocollo
consolidato della prognosi. Ne consegue che i trattamenti non sono
soddisfacenti da un punto di vista curativo: non lavorano sul
bersaglio, mirando piuttosto ad agire su un presunto stato generale
sperando che questo influenzi le singole sintomatologie, deviando i
processi individuali in una direzione difficilmente
prevedibile.
Sta di fatto che, nonostante questa povertà euristica, si propinano
troppo spesso antidepressivi in uno spettro eccessivamente ampio di
casi con effetti spesso deleteri. Si sa, ad esempio, che questi
farmaci hanno un senso solo in quelle che possono essere definite
depressioni gravi ("psicosi depressive"), mentre nelle altre
situazioni possono incidere nel quadro cognitivo e dell'umore in
modo talmente negativo da produrre degli scompensi indesiderati,
primo fra tutti un aggravamento nel senso della depressione
stessa.
Esistono infine diverse categorie di farmaci indicati negli stati
depressivi, alcuni dei quali possono effettivamente produrre dei
benefici nelle cosiddette distimie, le turbe dell'umore le cui
cause sono molteplici non necessariamente ascrivibili ad una
"struttura" comportamentale di tipo depressivo. Tuttavia molti
terapeuti considerano insoddisfacenti questi farmaci "attenuatori"
dei sintomi, presumendo che la persona non abbia risorse personali
per affrontare le situazioni esistenziali. Si finisce così troppo
spesso per assistere a prescrizioni di "grog" farmacologici del
tutto deleteri, prima di tutto nei confronti del chimismo dei
neurotrasmettitori, per non parlare del piano
cognitivo-relazionale. Non si cerca l'antidepressivo "giusto", si
spara nel mucchio senza far caso che una palla di cannone, se
magari non ammazza la mosca a cui puntava, è del tutto probabile
che distrugga la casa dove dava fastidio. Non si valuta il rapporto
costi/benefici, preferendo ragionare per valori assoluti.
Esiste la superstizione che l'antidepressivo "forte" agisca prima e
meglio, mentre non è così. Questi farmaci, di qualsivoglia
famiglia, per fare effetto richiedono tempo e trattamenti paralleli
di sostegno e per l'immediato bisogna prendere in considerazione
delle soluzioni diverse ed efficaci.
Sia per quanto riguarda i farmaci che per gli altri trattamenti,
compreso le psicoterapie, seppure ci sia chi impudentemente lo
afferma, non si sta intervenendo sulle cause (che neppure si
conoscono) quanto sul frame, sulle condizioni ambientali che
possono influire - negativamente o positivamente - sugli
effetti.
Quali depressioni
In definitiva, la
prospettiva causalista non aiuta a capire la depressione e
soprattutto non consente di intervenire. Vale la pena dunque
affrontare il quadro depressivo sotto il profilo fenomenologico,
caso per caso o per tipologie che, sia ben chiaro, non hanno un
fondamento al di fuori dell'utilità che può trovarne l'operatore
per ipotizzare un intervento.
Questo non significa affatto che i fenomeni ascritti nella grande
categoria della depressione non siano fondati, importanti e non di
rado seri o addirittura gravi; non vuol dire nemmeno che "le
depressioni" non possano essere affrontate e superate e nemmeno che
i mezzi prodotti dalla comunità scientifica "causalista", primi fra
tutto i farmaci, siano inefficaci o addirittura tutti deleteri.
Direi piuttosto che molto si è fatto in questo senso, ma che
sarebbe sbagliato dire che si va ad agire sulla causa de "La
Depressione". Si agisce sui fenomeni che persone portatrici di
certi tipi di sofferenze presentano. Ora si tratta di vedere quali
siano i principali di questi tipi.
Innanzitutto circoscriviamo il campo. Parlando di depressione
(sarebbe meglio dire di "non-depressione") abbiamo a che fare con
alcuni tratti comuni. Il principale potrebbe essere fatto risalire
agli umori ippocratici che, in fondo, possono essere messi alla
base di molta della nosologia psicopatologica attuale. Accanto
all'umore rosso (sangue), a quello giallo (bile) e a quello bianco
(linfa), ve n'è uno che è sempre stato difficile da comprendere,
tradizionalmente legato al piombo (e agli effetti di quel metallo)
e alla milza come organo: l'umore nero, melanos cholé,
melancolia (o atrabile).
Le distinzioni diatesiche sono numerose e si potrebbe dire che ce
ne sono tante quanti sono i manuali di psichiatria, se non
addirittura quanti sono i pazienti che vengono presi in esame. Nè
mi sembra il caso di dovere alimentare questa messe
nosologica.
Quello che propongo è la seguente distinzione fra:
• Configurazioni umorali critiche o cicliche
• Cronicizzazioni interazionali stabilizzate
• Manifestazioni ontologiche o teleologiche.
Ognuno di questi tre tipi di "non-depressioni" presenta delle
modalità e suggerisce trattamenti talmente differenti al punto di
contraddire la credenza che possa trattarsi dello stesso
fenomeno.
L'elemento che li accomuna è piuttosto il sentimento che accomuna
l'osservatore esterno "normale" e quindi il diagnosta. Di fronte ad
un cosiddetto depresso il familiare, il vicino di casa e lo stesso
medico provano tristezza, svuotamento, poca voglia di vivere, una
noia esistenziale profonda oppure una pena angosciosa. Per questo è
frequente una certa disaffezione nei confronti di queste richieste
di aiuto. La "depressione" ha una propria identità solo perché
esistono trattamenti e perché esiste una certa uniformità di
vissuto in chi ha a che fare con il "cosiddetto depresso".
Costui raramente vive la sua situazione nello stesso modo, ma se
dovessimo trovare un punto in comune sicuramente questo sarebbe la
stanchezza o l'intollerabilità verso il proseguimento della propria
esistenza. Per il "depresso" vivere è penoso o
profondamente faticoso. La messe di sintomi che ha
suscitato nei nostri ossessivi clinici è di dubbio valore, non
fosse che può essere utile per suggerire al medico di misurare in
base alla quantità di segnali (disturbi del sonno, anergia,
demotivazione, irritabilità, ecc…) presentati dal
paziente.
Proprio le differenze di tolleranza del vivere potrebbero fornire
indicazioni differenziali di un certo interesse. Potremmo ad
esempio distinguere fra chi avrebbe desiderio di vivere, ma non
sopporta la fatica - in un caso - o l'angoscia, il dolore - in un
altro - e quelli che trovano profondamente intollerabile
l'esperienza della vita, oppure ancora quanti la ignorano e sentono
di non averla mai partecipata.
Anche sulla scorta di queste considerazioni ritengo più utile
distinguere, non tanto sulle manifestazioni di dettaglio, quanto
sulle aggregazioni fenomenologiche. Qui non tratto di fenomenologia
nel senso derivato da Husserl o da Jaspers, quanto, più
semplicemente, di configurazioni o modelli (patterns
modali).
Configurazioni della sofferenza (prosegue)